Se lo strappo viene dal Colle

Dalla nomina del Presidente del Consiglio dei Ministri all’istruzione di un programma di governo. La convocazione dei cosiddetti “saggi”, un vero e proprio gabinetto presidenziale, esorbita le funzioni del Capo dello Stato di una repubblica parlamentare. In queste ore si osserva un cambiamento di regime pilotato dal Colle, una forzatura della nostra Legge Fondamentale. La debolezza dei partiti, certo, rende possibile un tale svolgimento dei rapporti tra organi costituzionali, ma non lo giustifica. Lo scetticismo delle forze politiche nei confronti di un’iniziativa di questa gravità è misurato, contenuto dalla paura che polemiche più aspre compromettano irrimediabilmente l’immagine del Paese all’estero. Ma se uno strappo viene dal Quirinale, non è meno grave, anzi. Nel 1992 fu la magistratura a occupare il vuoto di potere lasciato dai partiti tradizionali. Da allora si parla impropriamente di Seconda Repubblica. Impropriamente perché in relazione al nuovo equilibrio politico che s’instaurò dopo Tangentopoli non fu adottata una nuova Costituzione: la Carta non disciplina direttamente la magistratura, che si autogoverna, né riconosce i partiti come associazioni necessarie al funzionamento dello Stato. Quella partita risparmiò le istituzioni disputandosi sui media di massa. Mentre la politica diventava circo, il Quirinale si elevava sopra le parti moderando autorevolmente il discorso pubblico. Da oggi, invece, finisce la neutralità del Presidente della Repubblica, la sua estraneità alla funzione d’indirizzo politico del Governo. Legislativo ed esecutivo tendono a congiungersi nella persona del Capo dello Stato. Ammettiamo la buona fede di Napolitano ma, se Bersani ha fallito l’incarico di formare il governo, il Presidente della Repubblica avrebbe potuto incaricare qualcun altro oppure dimettersi per consentire un più rapido ritorno alle urne. Il resto non gli compete.

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Craxi, la storia non ammette strumentalizzazioni

Alla magistratura spettava l’accertamento giudiziario dei reati, corruzione e finanziamento illecito ai partiti, per i quali Bettino Craxi è stato condannato con sentenza passata in giudicato rispettivamente a cinque anni e sei mesi e a quattro anni e sei mesi. Gli altri processi che vedevano come imputato il leader socialista si sono estinti con lui il 19 gennaio del 2000.

L’inchiesta mani pulite fu strumentalizzata, negli anni 1992-’94, da ambo gli schieramenti che si andavano condensando attorno al Pds di Occhetto e al partito azienda di Berlusconi, a fini di lotta politica. Da una parte gli eredi del Pci, i quali affermavano la loro “diversità morale” dai partiti di governo; dall’altra gli emergenti: la Lega e il movimento in predicato di diventare Forza Italia, che all’epoca si guardavano bene dal delegittimare i giudici, anzi. A Di Pietro e D’Avigo fu persino chiesto di entrare nel primo governo Berlusconi.

Il nostro presente mantiene legami forti con il craxismo, perciò dobbiamo fermarci e riflettere. Alla maniera di Spinoza: “né ridere né piangere, né sperare né temere, ma capire”. A chi resta spetta un giudizio di tipo storico che non ammette strumentalizzazioni.

Ridurre sul fuoco della polemica politica la figura, e la statura, di Craxi a quella di un ladrone, gravare la sua memoria di tutta Tangentopoli, non è rendere un servizio alla verità. Senza negare il significato controverso della sua vicenda pubblica, inizierei ad astrarre Craxi dal sistema corruttivo che non riguardò solo lui e che egli certamente non inventò per cogliere la sostanza migliore della sua politica: dagli accordi di revisione dei patti lateranensi al taglio della scala mobile a Sigonella.

Così come le tangenti, i meriti non si cancellano.

Leggi Bettino Craxi, discorso alla Camera del 3 luglio 1992.