Liberazione

La prudenza della destra, l’ortodossia della sinistra, l’opportunismo del premier

Un paradosso tutto italiano vuole che, sessantaquattro anni dopo la Liberazione dal nazifascismo, questo evento non sia ancora entrato nella cosapevolezza di tutti gli italiani quale momento fondamentale, originario, dell’ordine politico, economico e sociale che abbiamo ricevuto in eredità dai nostri padri costituenti. Piuttosto questa festa continua ad essere strumentalizzata dai partiti politici per delegittimarsi a vicenda.

La sinistra italiana, quella ortodossa, si è per troppo tempo considerata depositaria esclusiva dei valori resistenziali, dell’antifascismo. Li ha branditi addirittura contro se stessa, verso quegli eretici (v. Pansa) che hanno osato smitizzare la Resistenza. Una lettura sacrale degli eventi che precedono il 25 aprile e che da quella data procedono, fortemente simbolica, indisponibile a qualsivoglia tipo di revisione storica, è stata tramandata fino a noi. Ma non ci può essere una memoria condivisa senza una tradizione “laica” della Guerra di Liberazione.

La destra nazionale, confluita nel Pdl, in un movimento liberal-conservatore che, in quanto tale, non dovrebbe aver alcuna difficoltà a schierare i propri esponenti nelle manifestazioni celebrative della Liberazione, quando va bene tiene un profilo basso, un atteggiamento prudente, badando a non compromettersi con l’antifascismo; quando no, stabilisce delle improponibili uguaglianze tra repubblichini di Salò e partigiani combattenti per la libertà.

Poi c’è Berlusconi. Il quale ha rinviato più volte il suo appuntamento con la Liberazione per ragioni di mero opportunismo politico. Preparando la scesa in campo del 1993/’94, infatti, sdoganò il Movimento sociale italiano, fondato proprio da reduci della Rsi, strizzando l’occhio al suo elettorato. L’avversione del Cavaliere per il comunismo, poi, si è tradotta in una valutazione storica della Liberazione e della Resistenza speculare a quella della sinistra.

Quest’anno, il turbamento nazionale suscitato dalla tragedia d’Abruzzo e lo straordinario momento di popolarità del capo del Governo hanno consigliato la presenza di Berlusconi ad Onna, un luogo simbolo del recente terremoto e della stessa Resistenza. La formazione di una coscienza nazionale è l’incompiuta del nostro Paese. Magari questo gesto del presidente del Consiglio, di responsabilità istituzionale, fosse l’inizio di una pacificazione vera.


Populismi

Con un sorriso insolitamente spento, il volto melodrammaticamente triste e il fondotinta gocciolante, Berlusconi annuncia che, oltre al Consiglio dei Ministri, nella città dell’Aquila potrebbe svolgersi anche il G8 del prossimo luglio. Il Cavaliere si era già esibito in manifestazioni analoghe trasferendo la prima riunione del suo Governo a Napoli, in quel periodo sommersa dai rifiuti.

Come tutti sappiamo Roma è la capitale d’Italia e in una delle sue bellissime piazze, piazza Colonna, si trova Palazzo Chigi, sede del Governo della Repubblica. Il Consiglio dei Ministri si svolge lì dentro. Punto.

Riunire il Governo a l’Aquila, offrendo vicinanza solo fisica ai cittadini terremotati, perdipù avendo rifiutato di risparmiare un sacco di soldi da destinare alla ricostruzione per obbedire alla Lega Nord che minacciava la crisi, puzza non di semplice populismo, ma di populismo di basso porto e di cattivo gusto. Cosa dire del G8 in Abruzzo? Bella idea. Verranno risparmiati i costi delle ruspe, ci penseranno i black block a demolire ciò che è rimasto in piedi.

Per la ricostruzione invoco l’apertura alle imprese edili giapponesi e/o statunitensi, specializzate in costruzioni anti-sismiche e meno esposte a infiltrazioni mafiose. Leggi il seguito di questo post »